| Fede attiva |
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| Scritto da Marco Cicoletti |
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Nella pratica della vita cristiana potremmo trovarci di fronte all subdola ( e spesso incosciente) sostituzione quando ascoltiamo un cristiano rassicurare qualcun altro della sua preghiera per lui. In primo luogo dubito della veridicità della promessa. Siamo onesti: quante volte abbiamo liquidato qualcuno con la promessa di pregare per lui e non lo abbiamo fatto. Faremmo bene ad esser cauti quando promettiamo qualcosa affinché possiamo mantenere le promesse.
Quindi, quando ti senti mosso davvero a pregare per qualcuno, promettilo ma se sai già che non lo farai, non promettere nulla. Dio e gli uomini prendono in considerazione le nostre promesse. Il fatto che noi non diamo più alcuna importanza alla parola data tra uomini ha creato un problema con i credenti: non prestano più fede a ciò che Dio dice e promette. Tornando alla promessa di pregare per qualcuno, colui che promette sa bene che ricorrerà alla preghiera come sostituto per il servizio. Ma lo stesso vale per quelli che invece sono sempre pronti a fare ma poco proni a pregare. Abbiamo infatti queste due opposte correnti nella chiesa da sempre. Nessuna delle due è corretta. È molto più facile pregare perché il bisogno di quell’amico venga supplito da qualcun altro piuttosto che impegnarci direttamente. Ma è anche vero che per molti è più facile fare o dare piuttosto che presentare la persona bisognosa davanti al trono di Dio in preghiera. Spesso infatti la sua povertà o bisogno ha radice in qualcosa di più profondo. Come fare? La bibbia come al solito è chiara e le parole di Giacomo ardono di ironia: Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? (2,15-16). La fede senza le opere è morta allo stesso modo in cui le opere senza la fede sono morte. Pregare senza fare e fare senza pregare sono entrambi banditi dalla pratica cristiana. Ed il mistico Giovanni vede anche l’incongruità in gioco quando la religione sostituisce l’azione: Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l'amore di Dio essere in lui? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità. Da questo conosceremo che siamo della verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a lui. (1 Gv 3,17-19). Una propria comprensione dell’intera questione contribuirà a distruggere il falso ed artificiale "o questo o quello". Non ci sono opzioni. C’è solo: "e questo e quello". L’una presuppone l’altra. Allora non avremo meno fede e più opere; meno preghiera e più servizio; meno parole e più azioni; una professione più debole e più risultati coraggiosi; la religione che sostituisce l’azione e viceversa ma una religione tradotta in azione suscitata e piena di fede. E cosa significherebbe ciò se non aver fatto ritorno agli insegnamenti del Nuovo Testamento? L’azione o attività non basta Mi faccio portavoce del pericolo che la nostra corsa per l’ “azione” comporti scarsi benefici di arricchimento all’interno dei circoli cristiani. Se ti soffermi ad osservare all’interno delle nostre assemblee, troverai facilmente gruppi di persone salavate a metà, che camminano a metà tra la santità e la mondanità, persone “carnali” che sanno più dei problemi sociali di quanto conoscano il Nuovo Testamento. E la cosa peggiore è che vengono incoraggiate ed onorate pubblicamente. È un dato di fatto che molti dei cristiani siano attivisti impegnati (espressione cara ai circoli degli anni settanta!) in molte correnti religiose ma che sembrano fare ben pochi passi per farsi più vicini a Gesù con il cuore e con la mente. Forse si fanno prossimi alla gente ma spesso si fanno lontani dalla compagnia di Gesù. La moderna enfasi religiosa sul fare mi fa tornare in mente i topi giapponesi a tutti noti come “topi ballerini”. Anche se portano quel nome a dire il vero essi non ballano affatto. Non fanno altro che correre di continuo. Molti cristiani di oggi sperano di “avere la loro parte in qualcosa di grande ed eccitante”. Ma Dio ci richiama a fare non uno ma mille passi indietro. Ci richiama alla semplicità ed essenzialità della fede; alla semplicità di Gesù Cristo e della sua immutabile Persona. Per quanto ne so - perdonatemi se sbaglio e parlo senza arroganza o giudizio – io credo che molti di coloro che frequentano la nostra “chiesa” nemmeno sappiano chi sia questo Gesù che affascinava non solo le folle con effetti speciali ma i discepoli fino al punto che molti lasciarono tutto per seguirlo. Il giorno in cui anch’io lo ho incontrato e conosciuto, la mia vita è cambiata. Ho iniziato a conoscere Lui! Prima di allora lo conoscevo per sentito dire ma da quel momento i miei occhi han cominciato a vederlo e si sono aperti a ciò che mai avrei potuto immaginare. Io sono stato attratto da lui quando mi ero allontanato perché forse cercavo Dio nel profondo ma ciò che avevo sperimentato era solo tanta umanità decaduta quanta ne trovavo fuori nel mondo. Cerchiamo di ricordarci sempre criticamente che l’uomo ha fame di Dio vivente e solo Lui cerca. Facciamo attenzione ad offrire lui nelle nostre assemblee piuttosto che tanti e inutili artefatti umani. Costa qualcosa ma i risultati valgono il prezzo richiesto. Forse un ritorno alla semplicità della fede potrebbe permettere a lui di incontrarsi con noi e tutto inizierebbe a cambiare! Fermiamoci un po’; facciamo una pausa! Anche in chiesa! Che non sia divenuta anche l’esperienza cristiana malata di consumismo e frenetica? Marco Cicoletti |
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